Oggi sono uscita da quel portone che ci ha viste passare innumerevoli volte... Non ho potuto evitare di tornare indietro nel tempo a quella sera di ottobre in cui, proprio da quel portone, nacque tutto. Ho dovuto compiere uno sforzo enorme per ricacciare indietro le lacrime e non dar retta a quel magone in gola che diventava sempre più grosso al pensiero che oggi (22, chissà se è un caso...) è stato il nostro ultimo giorno insieme.
Se penso a ciò che di veramente significativo mi ha lasciato Parma, credo che tu possa meritare di stare nelle zone più alte della lista. Grazie perché, insieme alla mia famiglia, sei stata il filo conduttore di tutti questi anni, un sostegno fondamentale e irrinunciabile.
Mi manchi già e mi mancherai tanto, ma so anche che se oggi finisce qualcosa, qualcos'altro sta per iniziare. Per la prima volta so con certezza che non perderò un'Amica...
Ti voglio bene Tata...
Polo scientifico fermo da anni
bloccato dalla mano della camorra
E’ lunga 675 chilometri la mano che paralizza la scienza, che soffoca i lavori del campus universitario, che ferma un cantiere da cinque milioni di euro. E’ la mano della camorra, arrivata a Parma al seguito di un imprenditore vittima dei clan, costretto a vivere sotto scorta, minacciato di morte e ridotto sull’orlo del fallimento da Michele Zagaria, primula rossa dei casalesi e già noto alle cronache parmigiane per uno sporco affare di riciclaggio di denaro tramite agenzie immobiliare nostrane.
Le grandi aule destinate ad Agraria, Architettura ed altre facoltà carenti di spazio sono ferme da almeno due anni. Il cantiere, aperto nel 2004, per ora è un deserto di erba e cemento, piloni in mezzo alle sterpaglie, gru fantasma. Gli studenti, con email e segnalazioni a Repubblica, chiedono il motivo dell’interruzione dei cantieri.
Quelle strutture, come tante altre opere di Parma, dovevano essere eseguite dalla ditta Emini Spa di Aversa. L’azienda però ha finito con l’abbandonarli perché sotto il costante giogo della camorra. Tangenti e pressioni, secondo una indagine della Dda di Napoli, comandate direttamente da Michele Zagaria. Il latitante numero uno del clan dei casalesi è accusato di avere preteso tangenti dalla Emini per alcune costruzioni in corso di realizzazione “nell'area di sua influenza”. Area, quella del Nord Italia, ben definita: Parma, come denunciato dallo scrittore Roberto Saviano in polemica con il prefetto Paolo Scarpis, Modena, e altre zone strategiche dell’Emilia.
La Emini ha lunghi trascorsi di appalti sul territorio ducale. Non solo quelli del sottopasso e della tangenziale di via Budellungo (cantieri da otto milioni di euro, abbandonati e riassegnati dal Comune nel 2008), ma anche quelli dell’impianto fognario della stessa area e, appunto, i cantieri per il Polo scientifico del Campus. Altre opere, come il centro servizi amministrativi di Sorbolo, sono invece stati completate negli scorsi anni. Francesco Emini però, titolare dell’omonima ditta di costruzioni con oltre duecento dipendenti, stanco di pagare il pizzo, a quanto riferito dalla stessa procura, avrebbe parlato ribellandosi: da allora vive sotto scorta ed è stato vittima di minacce e bombe carta nella sua casa campana. La successiva indagine della Dda ha portato all'arresto di undici persone, tutti elementi di vertice e di spicco del clan dei casalesi, colpevoli di aver estorto denaro all’i mprenditore. Nel mirino anche Michele Zagaria.
Oggi l’ombra camorristica lascia deserti i cantieri di Parma. Quello del Campus è impressionante. Metri e metri quadri di erba e cemento fra ruspe ferme e gru paralizzate: lì doveva sorgere tutta la nuova area del polo didattico comprensivo di biblioteca, aula magna, laboratori informatici e in particolare aule da destinare alle facoltà carenti di spazi come Agraria e Architettura i cui alunni, al momento, “peregrinano” in altre stanze per andare a lezione. E’ tutto fermo almeno dal 2007 e sul bando regionale degli appalti pubblici si legge chiaramente una data di aggiudicazione dei lavori di 5 anni fa: 1 ottobre 2004, per complessivi 5 milioni 600 mila euro. Ma la mano della camorra ha bloccato tutto.
Noi abbiamo un impatto sull’ambiente e questo può essere misurato e riassunto in indici dal calcolo complicato che vanno sotto il nome di IMPRONTA ECOLOGICA. Esistono numerose tabelle di calcolo in rete, dalle più elementari alle più complesse, accessibili a tutti in modo che ognuno possa comprendere quale sia il proprio impatto e regolarsi di conseguenza. Basta andare su Google e digitare “footprint” o “impronta ecologica”, oppure andare direttamente su www.footprint.net per il calcolo dell’impronta ecologica personale. Aggiungo che gli abitanti della pianura Padana avranno sempre un’impronta ecologica superiore alla media: si stima che tra popolazione umana, bovini, suini, attività agricola e industriale, su questo territorio si ha il corrispondente di una popolazione di 120 milioni di individui! E’ come dire che intorno al Po si concentra l’intero Giappone. Tanti parlano di NUCLEARE e quasi sempre sulla base del loro interesse. E questo è un tema su cui la disinformazione dilaga. Si passa da chi allarma sui rischi che un caso tipo Chernobyl può comportare, senza dire che di casi come quello non ne esistono tutti i giorni e, soprattutto, che se là è successo quel che è successo è perché c’erano precise responsabilità. Contrapposti a questi “allarmisti” c’è chi minimizza il problema, perché non sia mai che si cerca di abbandonare gli estremismi per stare nel mezzo… Il nucleare non è tutto rose e fiori, anzi… Mi preme sottolineare tre aspetti. Il primo è che la produzione di energia nucleare richiede molta acqua e ciò significa che in Italia il bacino di prelievo più importante sarebbe ancora il Po, la nostra riserva più sicura, che è già soggetto da anni a numerose e continue pressioni e che non potrà essere sfruttato infinitamente (tanto per dare un’idea, si parla sempre più insistentemente del Po come infrastruttura…); bisogna poi considerare che il Po alimenta l’Adriatico e che su questo mare si affacciano altri Stati, per cui l’Italia deve tenere conto che esistono anche gli interessi di altri. Gli altri due aspetti riguardano l’uranio. Primo: non abbiamo riserve, se non qualcosina nel bergamasco, per cui anche in questo caso dipenderemmo dall’estero; secondo: le scorie di uranio vanno opportunamente smaltite secondo un processo di lunga durata. Qualcuno sa dirci come? Esiste l’intenzione di costruire sul Po quattro DIGHE nel raggio di poche decine di chilometri, sul tratto compreso tra Roccabianca (Parma) e Sustinente (Mantova). Come spesso accade, le esperienze di chi all’estero ha già intrapreso la stessa strada con risultati deleteri sembrano non far riflettere. Un progetto di questo tipo è stato fatto sul Danubio, con il risultato che lo sbarramento delle acque ha provocato il crollo della silice reattiva disciolta e la concentrazione di diatomee (sinteticamente alghe dal ruolo cruciale nelle catene alimentari acquatiche) nel Mar Nero che, dunque, è completamente cambiato. Si tratta peraltro di un progetto molto costoso e chissà che questo non faccia riflettere maggiormente, visto il momento di crisi e visto che si tratta di un’opera pubblica che verrebbe realizzata con il denaro dei cittadini che in molti casi non sanno nemmeno più come arrivare alla terza settimana del mese. Personalmente non so quanto questo aspetto possa interessare a chi decide di noi, visto che, per inciso, ogni giorno i nostri soldi vengono gettati al vento perché non recepiamo nei tempi previsti dalla normativa diverse direttive europee… E’ successo, per esempio, con la direttiva quadro sulle acque 2000/60/CE, recepita in Italia nel 2006 (!!!) con il Decreto Legislativo 152/06 o, per giungere a questioni più attuali, con la direttiva nitrati recepita in Italia in 1 marzo scorso con un ritardo di diciotto anni (!!!!!!) dopo che la comunità europea ci ha minacciato di gravi sanzioni. Tutto questo significa multe di milioni di euro. Poi però bisogna operare tagli su scuola e università perché mancano i fondi. Chiusa la parentesi. E infine (direte finalmente e avete pure ragione!) una buona notizia: OBAMA segna la svolta dopo l’amministrazione Bush. Ciò non è una scoperta, ma eccovi tre motivazioni che giustificano un certo ottimismo. Diversamente rispetto a quanto fatto negli ultimi otto anni, Obama riconosce la minaccia dei cambiamenti climatici, ma allo stesso tempo ritiene che essi rappresentino un’opportunità di innovazione tecnologica. La cosa che più mi ha fatto tirare un sospiro di sollievo, però, è che finalmente gli Stati Uniti segnano un importante punto di rottura con l’amministrazione Bush, che si era totalmente rifiutata di aderire al protocollo di Kyoto, rifiutando il problema delle emissioni di anidride carbonica. Sottolineo soltanto che gli Stati Uniti producono circa il 36% della CO2 totale emessa in atmosfera… Obama ora vuole invece prendere la leadership per combattere la dipendenza dai combustibili fossili. Vedremo cosa accadrà. Concludo sottolineando che in alcuni punti ho calcato la mano rispetto a quello che ieri è stato riportato nel corso dell’incontro; in altre parole, sono stata politicamente meno distaccata soprattutto rispetto agli interventi di alcuni docenti. Forse da parte loro è un po’ dovuto e un po’ richiesto dal ruolo, da parte mia non di certo, vista anche la sede in cui riporto queste cose, e cioè un posto mio personale. Scusatemi se vi ho tediato con un lungo pippone, ma sento davvero il tema e ci tenevo a farvene conoscere un pezzettino minuscolo. Si tratta di argomenti molto importanti ed urgenti da cui dovremmo sentirci tutti coinvolti perché riguardano molto da vicino noi e il nostro futuro. Non dobbiamo aspettare che su questo ci informino i media e soprattutto non dobbiamo dare retta al primo che ci passa l’informazione… Ora torno ai miei libri e alle mie dafnie (sì, sono tornate!). Vi prometto che la prossima volta sarò molto più leggera e che per un po’ non vi stresserò più! Vi saluto e vi abbraccio forte, cari condomini! A presto (qui o altrove… magari inaspettamente a teatro J)!
Lo scorso anno non guardavo X Factor, forse per puri pregiudizi, forse per la paura che si trattasse del solito polpettone. Ma il successo indiscusso di Giusy Ferreri e la constatazione che non si trattava di una meteora ma di qualcosa di veramente promettente, mi hanno indotta ad approcciarmi diversamente e con tanta curiosità a questo programma. Succede così che ora, contrariamente alle aspettative, posso definirmi una "X Factor addicted"...
Il punto è che da tempo non vedevo insieme così tanta gente dotata di un tale talento e, soprattutto, era davvero da tempi memorabili che non scoprivo qualcuno in grado di emozionarmi così tanto.
Uno su tutti: ENRICO. Oserei definirlo strepitoso, e forse non è abbastanza. Ogni volta rimango a bocca aperta di fronte alla sua bravura smisurata, alla sua naturalezza, alla sua capacità di fare cose quasi impossibili senza far trasparire le difficoltà che celano. E' di una timidezza che oserei definire tenera e, contrariamente a tante sgallettate, è molto umile. Ogni volta che si esibisce regala un'emozione dietro l'altra e la voglia di ascoltarlo nuovamente, e credo che questo sia il più bel dono che un artista può fare al pubblico che lo segue. Insomma, se non si è capito io lo adoro!
Guardare per credere...
Quello che segue è un articolo che ho trovato sul sito del Corriere della Sera. So che è piuttosto lungo, ma vi invito a prendervi dieci minuti di tempo e a leggere con attenzione quanto è riportato. Credo che tra gli articoli che ho letto sia uno di quelli che spiega in modo più chiaro la situazione delle università e della ricerca in Italia. Non c'è nessuna esagerazione in quello che c'è scritto, solo tanto realismo. Purtroppo.
Forse noi non possiamo fare nulla, ma penso che abbiamo il dovere di informarci seriamente e di prendere coscienza di quello che accade in Italia e di come il nostro Paese stia progressivamente regredendo rispetto a tante realtà nel mondo. Il destino della ricerca (anche quella di base, da molti snobbata!) non è un problema solo del ricercatore ma di tutti.
IL REPORTAGE
Italia, povera ricerca
Nei laboratori italiani trionfa l’arte di arrangiarsi.
Con passione e rabbia, rincorrendo l’Europa
Articolo 9. La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.
Il dettato della Costituzione italiana impone al governo di fare scelte strategiche, finanziare gli studi, sostenere chi ha deciso di passare buona parte della sua vita in laboratorio o comunque laddove si sperimenta il futuro della scienza. Eppure in tutte le statistiche l’Italia arranca: gli investimenti, pubblici e privati, dedicati alla ricerca sono un misero 1,1% del Pil, contro una media europea dell’1,8%. Da tempo gli Stati membri dell’Unione si sono posti l’obbiettivo di arrivare al 3% entro il 2010 e, in piena crisi, la Svezia ha deciso di raggiungere il 4%. Le Tigri asiatiche volano per conquistare nuovi primati in brevetti&Co. E gli Usa restano un miraggio: solo in biomedicina, oltre il 60% dei fondi parte da lì. Il grido di dolore che si alza dai laboratori nostrani è univoco, forte e poco ascoltato. In un mondo sempre più competitivo, l’Italia s’è fermata. Ingessata. Lo spauracchio non è tanto la riforma Gelmini - qua e là si alza perfino un plauso al tentativo di introdurre criteri di meritocrazia, come l’Anagrafe nazionale dei professori e ricercatori universitari che registrerà le pubblicazioni scientifiche prodotte - ma i tagli preannunciati da Tremonti. «Il problema è quantitativo e qualitativo. I soldi sono pochi, maldistribuiti e manca quella visione prospettica di lungo periodo che poco interessa al mondo politico», denuncia Pier Paolo Di Fiore, direttore dell’Ifom di Milano (finanziato dall’Associazione italiana per la ricerca sul cancro) dove si studia il ruolo delle cellule staminali nell’insorgenza del tumore. Il verdetto è implacabile: «Senza aumentare la quota di finanziamenti pubblici alla ricerca non si va da nessuna parte. Non ci si può nascondere dietro alla crisi economica: è un alibi politico, i fondi sono sempre stati insufficienti e nei momenti di crisi proprio la ricerca dovrebbe essere tagliata per ultima; gli anglosassoni lo sanno bene». Guidati da chi sta (davvero) in prima linea, abbiamo cercato di capire cosa manca per formare quel tessuto di ricerca indispensabile a una nazione. E perché. All’Università si studia, ci si laurea, si prosegue con il dottorato. Nessuno però insegna cosa vuol dire fare ricerca. Che significa, sì, stare in mezzo a provette e reagenti, ma an che conoscere bene l’inglese, inviare grant application per rispondere ai bandi, redigere rendicontazioni scientifiche, cioè spiegare in modo chiaro e sempre in inglese i risultati del proprio lavoro, pubblicare su riviste specializzate, inserirsi in network internazionali.
Michèle Barocchi, italo-americana di 37 anni, dopo PhD e master alla UC Berkeley in immunologia e malattie infettive ha fatto una scelta controcorrente ed è approdata al centro di vaccinologia della Novartis, a Siena, un’isola d’eccellenza for profit sempre più rara in Italia. Oggi ringrazia i suoi mentori: «Nel sistema universitario americano il tuo professore non è una figura astratta ma una persona che ti segue, crede in te e investe il suo tempo per farti crescere professionalmente. Se il giovane poi ha successo, hanno successo anche i suoi docenti e la stessa università. In Italia la figura del mentore non esiste». È bene sapere, però, che l’Italia ha lo stesso rapporto docente/studenti (1/11) dell’Inghilterra, considerata il miglior sistema universitario europeo.
DOPO IL POSTDOC, IL PRECARIATO
L’università è per tutti, la ricerca no. «Gli aspiranti ricercatori devono trascorrere un periodo all’estero per confrontarsi e imparare a inserirsi in network internazionali »: è il coro dei senior. Il dilemma è cosa fare dopo. Il sismologo Lapo Boschi, dopo il dottorato ad Harvard, è tornato con il programma “Rientro dei cervelli” nel 2001: «Non ho neppure finito i miei tre anni…». Difficoltà logistiche e pratiche lo hanno spinto a lasciar Napoli per volare, con stipendio doppio, all’Istituto di geofisica a Zurigo, Svizzera. Porta un cognome importante - suo padre Enzo è presidente dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia - ma non ne ha approfittato e anzi critica un sistema che non premia il merito. «In Italia è esplosa la protesta dei precari perché molti ricercatori hanno ricevuto promesse che oggi non possono essere più mantenute. Ma la chiave del problema non sta lì. Anche in Svizzera, come in Gran Bretagna o negli Stati Uniti, i giovani sono precari. La differenza è che qui siamo retribuiti molto bene, con contratti rinnovabili a lungo termine, ed è una strada che, prima o poi, arriva a una posizione permanente se uno fa bene il suo lavoro. In Italia non c’è alcuno stimolo». Tornare? «Mio padre dice “se fossi in te andrei in Usa…”». All’estero, di norma, non ci sono concorsi e chi assume preferisce prendere uno scienziato brillante, perché questo porterà soldi e prestigio anche alla struttura. In Inghilterra, se il neo-assunto non funziona ne risponde chi lo ha chiamato. In Italia no. Diventi ricercatore se vinci un concorso. I tempi a volte sono infiniti, gli stipendi poveri. Nella biomedicina, ad esempio, il primo livello dell’università viene raggiunto in media dopo 10 anni dalla laurea, con uno stipendio d’ingresso di 1400 euro al mese. Dopo 7-8 anni diventi professore associato con una paga di circa 2000 euro e l’ultimo gradino, professore ordinario, arriva dopo altri 5-10 anni a 2700 euro. Se tutto va bene. «È un Paese dove non c’è ricambio per i giovani bravi. Chi ce la fa, deve poi impiegare l’80% delle sue energie per raccogliere soldi attraverso canali faragginosi e per spenderli in altre vie faragginose», sostiene Angelo Vescovi, che ha partecipato alla scoperta delle staminali cerebrali in Canada e poi è tornato in Italia per trovare una cura alla sclerosi laterale amiotrofica.
A CACCIA DEI SOLDI
Un posto da ricercatore non garantisce automaticamente la possibilità di fare ricerca. Soprattutto se si fa affidamento sui fondi pubblici, che spesso arrivano a singhiozzo o non arrivano affatto. Anche per le prestigiose missioni in Antartide: «Pure quest’anno il ministero della Ricerca ha sbloccato con forte ritardo, a campagna già iniziata, 10 milioni di euro che servono a malapena per la manutenzione delle nostre due basi. Ne servirebbero 20-25. Alla base Concordia, sul plateau antartico, abbiamo mandato sette uomini per verificare la strumentazione, i francesi sono giù in 30 e fanno ricerca», spiega Massimo Frezzotti, glaciologo dell’Enea: «A partire dalla finanziaria 2006, i soldi sono spariti e si va avanti di anno in anno attingendo ai fondi ordinari del ministero. Fino all’ultimo non sappiamo mai se i finanziamenti saranno sbloccati e così stiamo perdendo tutti i ragazzi che abbiamo tirato su in questi anni: vanno all’estero o cambiano mestiere ». L’Italia ha partecipato a Epica, progetto europeo che ha permesso l’estrazione di una carota di ghiaccio con cui si stanno studiando le condizioni climatiche fino a 800.000 anni fa. Ora la comunità internazionale sta cercando siti idonei per iniziare una perforazione che arrivi a 1.500.000 anni fa: «L’Italia decida in fretta o siamo fuori». I soldi sono pochi, discontinui e pure frammentati. Ci sono i bandi del ministero dell’Università e della Ricerca ma poi ogni ministero, e ogni Regione, ha un suo piccolo gruzzoletto da investire in ricerca. «Spesso sono rivoli che neppure si intersecano», denuncia Elena Cattaneo, che dirige il centro di ricerca sulle cellule staminali all’Università di Milano. «Manca la voglia di individuare i settori chiave in cui possiamo competere da posizioni di forza. E manca una gestione efficiente dei finanziamenti: come avviene negli altri Paesi, i fondi pubblici dovrebbero essere erogati solo attraverso competizioni pubbliche a cui tutti possono accedere, a prescindere da titoli o età. Solo una piccola percentuale dei soldi destinati alla ricerca, invece, viene messa a bando, con procedure trasparenti. Il 90% è erogato a discrezione degli amministratori, attraverso un negoziato diretto con il singolo ricercatore ». Tutto legale, nonostante i rischi di conflitti d’interesse o di pregiudizi ideologici. Com’è avvenuto con la ricerca sulle cellule staminali embrionali: «Alcuni bandi l’hanno esclusa dai finanziamenti benché, nonostante le polemiche, in Italia sia assolutamente legale ». Se il giudizio politico prende il sopravvento su quello scientifico, il giovane e brillante ricercatore fa meglio a rivolgersi altrove. Ad associazioni no profit e soprattutto a finanziamenti dall’estero (Elena Cattaneo ha cominciato così, nel ’94: 50 milioni di lire da Telethon e altri 50 dall’American association contro l’Alzheimer, «a quei tempi non ero nessuno e sono state valutate solo le idee, come dovrebbe succedere sempre»). Nota bene: le due principali charities italiane (Airc e Telethon) erogano meno di 100 milioni di euro l’anno, pochi ma ambiti.
E VINCA IL MIGLIORE
È una corsa ad ostacoli, perché di norma per partecipare a bandi internazionali si devono presentare dei risultati preliminari - quindi a ricerca avviata - o far parte di un network d’eccellenza, e i partner ti vogliono solo se sei forte. È la (dura) legge del mercato. «In Italia si può fare ricerca di qualità, anche nell’ambito degli enti pubblici, ma rispetto ai colleghi stranieri per noi la strada è molto più in salita», conferma Ilaria Capua dell’Istituto zooprofilattico sperimentale delle Venezie, dove dirige il laboratorio di referenza internazionale per l’influenza aviaria e altre malattie animali trasmissibili all’uomo. «Tutta la mia attività di ricerca si autofinanzia. Stiamo lavorando su cinque progetti della Ue e partecipiamo a un network of excellence con cospicui finanziamenti europei, lavoriamo con la Fao e molti altri organismi internazionali, privati e pubblici. A questi livelli, uno deve essere in grado di confrontarsi e competere. Ammesso che un progetto passi al vaglio delle commissioni valutatrici internazionali, però, in Italia c’è un apparato burocratico che non tiene il passo: a livello amministrativo, servirebbe uno staff in grado di riempire la modulistica, fare resoconti in inglese, conoscere la legislazione e meccanismi complessi dei progetti europei, cercare attivamente i bandi. Oggi tutto ciò è demandato al singolo ricercatore che deve farsi carico di una serie di attività che non gli competerebbero. D’altra parte, soldi a pioggia non ne arrivano e nell’era della globalizzazione non si può restare certo chiusi nel proprio orticello come si faceva 50 anni fa. Sono indispensabili i contatti internazionali». Per trovare i soldi, meglio dunque guardare oltreconfine. In primis, tenendo d’occhio i bandi della Comunità europea che lavora secondo Programmi quadro quinquennali o FP (il 2009 è il terzo anno dell’FPVII). Con una novità che riceve il plauso di Luca Guidotti, un ricercatore appena rientrato dagli Usa, dopo quasi vent’anni allo Scripps Institute della California, il più grande centro di ricerca privato non profit al mondo, per dirigere il centro di ricerca sul diabete al San Raffaele di Milano. «Da due anni, il 10% del budget comunitario per la ricerca è distribuito, attraverso l’European research council, a singoli ricercatori meritevoli attraverso il metodo peer review, ovvero tramite una commissione di esperti internazionali (dagli italiani il record di 1.600 richieste; solo 35 hanno passato il vaglio fra cui ben 13 di ricercatori che lavorano all’estero, ndr). Molti scienziati stanno facendo lobbying affinché il 100% dei fondi passino dall’Erc». Il modello, per Guidotti, resta quello americano, che tra l’altro impone una netta separazione delle carriere: «O fai ricerca o fai il professore. Chi fa ricerca a livelli competitivi deve dedicarsi a tempo pieno a trovare finanziamenti e portare a casa risultati. Certo, laggiù ci sono soldi: il National institute of health (equivalente dell’Istituto superiore di sanità) eroga, solo in campo biomedico, 30 miliardi di dollari l’anno. In tutta Europa si arriva a malapena a 2 miliardi. Però l’Italia sta regalando agli americani la formazione di chi, come me, emigra. La mia università è stata pagata dal contribuente italiano e io, fino a 46 anni, non ho ridato nulla al sistema Italia».
LE CARRIERE FANTASMA
Le menti non mancano, manca un percorso di carriera. «Idealmente, i dottorati devono essere dinamici, ambiziosi e brillanti per farsi un nome e partecipare ai concorsi, tenendo sempre a mente che il mondo della ricerca, per sua natura, deve essere competitivo. Ti confronti con i migliori. O sei credibile o sei tagliato fuori». Piero Genovesi è zoologo-tecnologo all’Istituto nazionale per la fauna selvatica, oggi inglobato nell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale. Ha partecipato a grossi progetti europei, fatto parte di commissioni valutatrici di governi all’estero (quelle serie sono quasi sempre internazionali per evitare fenomeni di autoreferenzialità o nepotismo. In Italia no), partecipa a network di ricerca. Guadagna 1.800 euro netti al mese, non ha avuto alcun avanzamento di carriera in 13 anni ed è lapidario: «Mi ostino a cercare finanziamenti per i miei progetti anche se non ho alcun interesse diretto: non è che se pubblico di più ho maggiori prospettive di carriera e i fondi che raccolgo mi danno solo un sacco di rogne amministrative. All’estero lavorerei di più, guadagnerei il doppio e soprattutto avrei la possibilità di cercare avanzamenti di carriera muovendomi tra istituto e istituto. In Italia manca un sistema di valutazione meritocratico, serio e oggettivo. È vero che nella riforma Gelmini ci sono segnali che sembrano andare in questa direzione ma è altrettanto vero che poi servono le risorse per applicarli. Se non dai la possibilità a chi è valutato di trovare progetti o incarichi, anche a tempo determinato, la valutazione da sola non serve a molto. Se saranno confermati i tagli, temo che sarà tutto inutile». Settori diversi, frustrazioni simili. Rosa Di Felice, dopo due anni postdoc in California e anni di borse/contratti temporanei in Italia, è stata una delle ultime ricercatrici entrate all’Istituto nazionale per la fisica della materia tramite il meccanismo tenure track: «Molto usato all’estero, è una forma di contratto che può diventare automaticamente a tempo indeterminato previa valutazione di merito, senza ulteriore concorso».
Da noi molti centri di ricerca, primo fra tutti il Cnr, non lo riconoscono. «Ora ho un contratto fisso ma non vedo un naturale percorso di carriera, basato su una corretta valutazione dell’esperienza e dell’eccellenza scientifica. Posso fare concorsi per passare ai livelli superiori - primo ricercatore, che equivale a professore associato d’università, e poi primo dirigente, equivalente a professore ordinario - ma i concorsi sono perlopiù bloccati». Aspettando Godot, continua a cercare bandi: «Lavorare su progetti stimola il ricercatore, d’altra parte è sempre più pressante da parte europea la richiesta di indirizzare la ricerca verso applicazioni industriali o comunque redditizie nell’immediato. Questo atteggiamento mette in crisi la ricerca di base, che anche in un settore in rapido sviluppo come quello delle nanotecnologie ha un impatto prevedibile in 10-20 anni». A differenza di Paesi come la Germania, anche il sistema produttivo italiano, fatto soprattutto di piccole-medie imprese, non offre sbocchi ai precari della ricerca. «Non essendoci molta richiesta, è diversa anche la sensibilità politica. E questo porta a una mancanza di visione strategica ». Claudio Gatti, fisico delle particelle all’Istituto nazionale di fisica nucleare di Frascati, torna indietro nel tempo: «In Italia negli anni Settanta non si riteneva strategico il televisore a colori, così fummo invasi da apparecchi tedeschi perché i nostri non erano pronti. Ora potremmo puntare su nanotecnologie o energie rinnovabili. È quello che dice Obama in Usa: per uscire dalla crisi, bisogna investire su settori strategici che in futuro saranno molto importanti». In assenza di un nuovo approccio alla ricerca, avverte Gatti, «la mensa del Cern a Ginevra è piena di italiani, ma con contratti stranieri». «Da un punto di vista scientifico si perde molto a restare qua», conferma Francesco Sala, professore di biologia vegetale all’Università di Milano. Lui è rimasto e, in pensione da due mesi, continua tra mille difficoltà le sue ricerche. «Non ho mai preso soldi da aziende private, con 200.000 euro l’anno mando avanti un gruppo di dieci persone su un progetto che misura gli effetti sull’ambiente del riso e pioppo OGgm». Tanta fatica, qualche buon risultato e un po’ di rabbia, come quando uno dei suoi “ragazzi” si è presentato all’ultimo concorso: «Portava 36 lavori di ricerca, pubblicati a livello internazionale. Hanno preferito l’altro, che aveva appena tre pubblicazioni a livello italiano».
Sara Gandolfi
20 gennaio 2009
Congresso degli apicoltori italiani a Sorrento
Moria delle api: pesticidi «essudati»
Nuove osservazioni sul ruolo dei neocotinoidi nella riduzione del numero di questi insetti
Bastano due minuti: un'ape beve le gocce d’acqua essudate da piante di mais trattate con i nuovi potenti insetticidi neonicotinoidi, e nel giro di soli due minuti cade a terra morta. Queste le ultime scoperte degli scienziati sul rapporto tra pesticidi utilizzati in agricoltura e la crescente moria delle api che ha colpito il nostro Paese: un risultato che apre interrogativi sui possibili effetti di questi veleni sull’uomo. Sarà uno dei temi del Congresso n.25 dell’Apicoltura professionale, gli «Stati Generali» dell’apicoltura, a Sorrento (Napoli), dal 21 al 26 gennaio 2009.
LA «GUTTAZIONE» - Se fino ad ora gli scienziati si erano limitati a constatare gli effetti micidiali sulle api della dispersione dei neonicotinoidi (sostanze utilizzate nella concia dei semi) all’atto della semina del mais, e del loro inquinamento di nettare e polline a causa della loro azione sistemica, adesso si aprono scenari ancora più allarmanti: fra le fonti di raccolto d’acqua preferite dalle api ci sono le gocce che trovano sulle piante, come la rugiada e le gutte, ovvero le essudazioni delle foglie. Proprio queste risulterebbero estremamente contaminate e velenose: il professor Vincenzo Girolami dell’Università di Padova, afferma che «le guttazioni (gocce di acqua che tutte le giovani piante di mais producono in abbondanza sulla punta delle foglie) di piante ottenute da semi di mais conciati, se vengono bevute dalle api le uccidono entro 2-10 minuti ed entro 20-40 minuti se solo vengono assaggiate per un attimo estraendo la ligula (la lingua a proboscide delle api)». Gocce di acqua che oltre alle api, anche altri insetti utili possono tranquillamente raccogliere. Il professor Andrea Tapparo, del Dipartimento di Scienze Chimiche dell’Università di Padova, ha analizzato le gocce di acqua prodotte dalle piantine di mais con la guttazione, rinvenendo la presenza di neonicotinoidi in ragione di una decina di milligrammi per litro: la misura è espressa in milligrammi/litro ovvero ppm-parti per milione - quando è notorio che la dose letale per l’ape si misura in poche, infinitesimali, ppb - parti per bilione.
IL CONGRESSO - «Questa scoperta - sostiene Francesco Panella, presidente degli Apicoltori italiani - è l’ennesima dimostrazione della superficialità con cui sono state concesse le autorizzazioni d’uso di queste molecole a effetto neurologico sistemico, che trasformano le piante tal quali in insetticidi perenni». «Il problema non si risolve con la modifica delle seminatrici e neppure con il miglioramento delle tecniche di concia (migliorando ad esempio l’adesività dei concianti al seme), perché la guttazione sulle piante conciate e su quelle che vengono coltivate in loro successione mette comunque a disposizione dell’ape “gocce di linfa” avvelenata da ingenti quantitativi di principio attivo». Proprio l’emergenza che attanaglia gli allevamenti apistici italiani sarà al centro del Congresso n. 25 dell’Apicoltura Professionale Italiana. Le cinque giornate dell’evento - promosso da Unaapi-Unione Nazionale Associazioni Apicoltori Italiani, Aapi-Associazione Apicoltori Professionisti Italiani, Apas-Apicoltori Campani Associati, con il patrocinio della Regione Campania - saranno l’occasione importante di discussione e dibattito per affrontare le tematiche più “calde” che ruotano intorno al rapporto vitale che unisce le api alla salvaguardia dell’ambiente in cui viviamo e delle produzioni agricole del nostro Paese, che proprio i pesticidi killer, usati abbondantemente e indistintamente nelle campagne italiane e non solo, rischiano di compromettere definitivamente.
Figura realmente esistita, Sant'Ilario fu vescovo di Poitiers nel IV secolo d.C. E' patrono di Parma, ma la città di cui egli è protettore lo ricorda soprattutto per la leggenda che lo riguarda.
In un inverno gelido e nevoso, Sant'Ilario passò da Parma. Dopo un lungo e faticoso cammino, con ai piedi un paio di scarpe vecchie e sciupate, ormai da buttare, un povero calzolaio, impietositosi, gli fece dono di un paio di scarpe nuove. Il giorno seguente, il calzolaio, entrando nella sua bottega, con sorpresa trovò, al posto delle scarpe regalate ad Ilario, un paio di scarpette d'oro. Le scarpette d'oro diventarono il simbolo del valore prezioso della carità e del fatto che donare non è una perdita ma un arricchimento.
Oggi Parma festeggia il suo patrono e tutti i panifici e le pasticcerie espongono nelle loro vetrine biscotti di pastafrolla a forma di scarpetta, le famose "scarpette di Sant'Ilario".
Anche Suor Caterina ne ha preparate alcune, e una è stata regalata a me per festeggiarmi. Sono state troppo carine le mie suorine!
...a chi mi tiene sempre compagnia (e magari non lo sa!)...
...a chi mi è sempre vicino più di quanto possa immaginare...
...a chi mi dona un po' di se stesso senza risparmiarsi...
...a chi si preoccupa sempre di me...
...a chi c'è sempre per una parola o un sorriso...
...a chi sa allietare le mie giornate con la magia delle parole e l'incanto Mdelle immagini...
Insomma... a voi tutti, vicini di condominio!
Un sincero augurio di BUON NATALE!
Vi auguro tutta la serenità che meritate.
Un abbraccio forte,
Ilaria

Facebook avrà tanti difetti, ma se non altro ha dato la possibilità a tre storiche compagne di banco di ritrovarsi insieme dopo tanto tempo...
Innumerevoli le risate, tanti i ricordi e gli aneddoti, infinite le chiacchierate... Non ricordo il tempo di aver tirato alle 4.30 di mattina senza sbadigliare!
Grazie ragazze della serata!! Avremmo potuto svegliarci prima, ma meglio tardi che mai...
Grazie anche alla Gloria, a cui abbiamo rotto le palle con insistenti telefonate mentre il futuro marito le regalava l'anello... La telefonata di insulti che ci siamo beccate dopo è stata uno dei momenti più esilaranti della serata!
E come ci siamo dette e scritte dopo... ASSOLUTAMENTE DA RIFARE!!!
Grazie Giuly! Effettivamente mi capita raramente di vivere con una tale serenità un rapporto d'Amicizia... Ma per fortuna ogni tanto... read more
on Mi mancherai...